10 Settembre 2022

Google Tag Manager Server-Side: la nostra guida

Vediamo in questo articolo cos'è Google Tag Manager Server-Side e quali sono le differenze con il Client-Side.

La seconda metà del 2022 si apre sotto il segno di due grandi temi per quello che riguarda il mondo del tracking: i recenti sviluppi in ambito privacy e l’emergere di una analytics strategy costruita ad hoc per clienti ed esigenze.

Sul primo punto, si è già scritto molto: le decisioni prese dal Garante della privacy hanno fatto alzare un polverone attorno a Google Analytics e la sua implementazione. Un tema su cui abbiamo sentito la necessità di fare chiarezza con un articolo che spiega come, al di là dei polveroni, non sia davvero il caso di farsi prendere dal panico.

Non farsi prendere dal panico, dicevamo, ma neppure sottovalutare un tema che, per complessità e importanza, deve essere trattato in maniera approfondita e sistematica.

A questa necessità risponde il secondo grande tema a cui facevamo riferimento: l’analytics strategy. Scegliere il tool di analytics perfetto, la soluzione ideale per quelle che sono le esigenze, non è facile ma abbiamo scritto una guida per aiutarvi a orientarvi nel mondo dei tool attraverso un metodo efficace.

A proposito di Analytics strategy capaci di venire incontro alle recenti esigenze di compliance, la soluzione che noi di Digital Pills consigliamo più spesso ai nostri clienti per la sua versatilità e per la sua capacità di rispondere alla maggior parte delle esigenze è Google Tag Manager Server Side con Google Analytics 4.

In questo articolo non ci soffermeremo troppo sulle basi di Google Tag Manager e ci concentreremo su cosa cambia con il passaggio al Server-Side. Per chi avesse bisogno di un ripasso, però, abbiamo l'articolo che fa al caso vostro proprio qui.

Per chi, invece, avesse voglia di sapere qualcosa di più su GA4, può leggere il nostro articolo qui.

GTM Client-Side

Togliamo subito dal nostro sentiero gli ostacoli e soffermiamoci qualche riga sulla differenza tra Client-Side e Server-Side. Questa differenza è fondamentale per comprendere la rivoluzione in atto in casa GTM.

Finora, Google Tag Manager è sempre stato uno strumento Client-Side, ovvero che “vive” sul dispositivo dell’utente. Questo significa che ogni volta che una persona visita un sito che utilizza GTM, anche tutto il relativo container viene caricato sul dispositivo, con possibili impatti sulla performance.

Il funzionamento del Google Tag Manager "classico" è abbastanza semplice e Google ci aiuta con questa immagine:

Google Tag Manager è caricato sul device dell'utente (assieme al resto del sito). Tag Manager spara dei tag che "parlano" direttamente con i tool esterni che risiedono in server esterni. Si crea, quindi, una sorta di catena: GTM comunica con le altre piattaforme (Google Analytics, Google Ads, Facebook, AdRoll) e ognuno di loro comunica con il proprio server (Google Analytics con il server Google Analytics e così via).

Per fare in modo che il browser comunichi con questi server è necessario che ogni tag aggiunga delle librerie JavaScript sul sito in maniera tale da permettere le chiamate tra browser e servizi esterni.

Come potete immaginare, le conseguenze sono tre:

  • Molti tag significa minori prestazioni.
  • Ad un certo punto, nella catena, smettiamo di avere controllo diretto sui dati raccolti.
  • Permettiamo ai servizi esterni di agire direttamente sul nostro sito.

GTM Server-Side

E ora cosa cambia? E ora cambia un po' tutto. Con l'introduzione del Server-Side, cambia lo schema di raccolta dati. Ancora con l'immagine di Google:

Come potete vedere la prima differenza è che si aggiunge un elemento, il Server Container. Il server container è il ponte tra browser e servizi esterni. GTM comunica con il Server Container per informarlo su quale evento è stato attivato. In questo caso, nel nuovo GTM e nell'immagine, a recepire l'evento sarà il Client. Ora è il nostro server container, una volta ricevuto l'evento, ad attivare i tag Server-Side che comunicano direttamente con le piattaforme esterne.

Sì, ma in pratica cosa cambia?

Google Tag Manager Server-Side nasce con l’intento di alleggerire la parte client (ovvero quella che sta sul browser degli utenti) e trasferire queste operazioni sul server.

Una prospettiva sicuramente interessante e, come detto, capace di incontrare molte delle esigenze dei clienti. Molte ma non tutte. Capire se GTM Server Side fa al caso vostro è sicuramente il primo punto da smarcare. Anche su questo, vi veniamo in soccorso con una guida per capire se è lo strumento che fa al caso vostro, potete leggerlo qui.

In pratica questi sono alcuni dei miglioramenti:

  • Vivendo su un server, il container può ricevere dati da fonti diverse. Non solo siti web, ma anche app, dispositivi internet of things e molto altro.
  • Grazie al nuovo modello, si eviterà quel proliferare incontrollato di pixel e script che popolano i container GTM classici, migliorandone le performance. Tutti i file JavaScript di terza parte verranno sostituiti da uno stream di eventi consolidato.
  • Server-side vuole dire controllo assoluto sui dati: con il nuovo GTM saprai sempre quali dati sono inviati e a quale piattaforma. Prima di passare le informazioni possiamo modificarle secondo le nostre esigenze.
  • Server-Side è anche maggiore sicurezza perché gli script dei vendor non vengono più caricati a livello di browser e device. Ma non solo, anche le credenziali degli utenti non vengono più esposte sul browser, come purtroppo capita normalmente, rendendo più difficile il furto dei dati. Questo vuol dire maggior controllo sulle PII (Personally Identifiable Information)
  • Non solo affidabilità, grazie al Server-Side otterremo anche un miglioramento delle performance del sito
  • Grazie a Server-Side diventa possibile aggirare l’impatto dei blockers in maniera legale e rispettosa delle scelte dell’utente in tema privacy. Questo vuol dire un miglioramento degli eventi di advertising tracciati.

Non solo aspetti positivi, però, con il passaggio al Server-Side, andiamo anche incontro a rischi e complicazioni:

  • Il primo problema è sicuramente legato alle difficoltà di implementazione, soprattutto per quanto riguarda l'apertura dell'istanza server su Google Cloud Platform.
  • Un altro aspetto delicato è quello dei costi. Su questo meglio fare chiarezza, non sarà GTM a diventare a pagamento. Ciò che dovremmo pagare saranno i costi di gestione del server, per il momento della Google Cloud Platform, che potrebbero ammontare ad almeno 80 euro al mese.

Come cambia GTM?

Come ci si potrebbe aspettare, qualche aspetto dell'interfaccia e delle funzionalità di Google Tag Manager verrà modificato. Vediamo qui in breve cosa c'è di nuovo (per avere una visione chiara dal punto di vista operativo di ogni aspetto e cambiamento di Google Tag Manager Server-Side, il consiglio come sempre è di fare riferimento al blog di Simo Ahava e al suo articolo qui):

  • Come già scritto, avremo un nuovo container, quello server, appunto. Da usare assieme (il container server da solo non basta) al container web. Sarà proprio questo container che dovremo collegare alla Google Cloud Platform.
  • I tag nativi disponibili per il momento sono solo per Google Analytics: Universal Analytics e App+Web ma, considerando che qualsiasi servizio che accetta le richieste HTTP può esser configurato per diventare un tag, ci aspettiamo di vedere nascere un bel po' di custom template nei prossimi mesi.

  • Per quanto riguarda i trigger, ne troviamo di un solo tipo: custom trigger. Questo perché il container server non sarà legato a trigger creati ad hoc come quello di visualizzazione pagina o di click. I tag saranno sparati solo se il Client li avrà istruiti a farlo.
  • Il Client entra nella lista degli elementi di GTM assieme a tag e variabili, pronto a fare da ponte tra sito e terze parti. Il suo obiettivo sarà duplice: registrare le richieste HTTP entranti e definirle in maniera tale che possano essere utilizzate dai tag per completare la richiesta nel server.

Confusi? Proviamo a chiarire con un esempio. Se volessimo tracciare un click su una determinata area del sito per inviare i dati al nostro Google Analytics, dovremmo seguire questi passaggi:

  1. Inserire nel nostro sito uno snippet gtag.js che invii un evento dal nome "click" al container server.
  2. Creare un Client Universal Analytics che sia capace di ricevere l'evento.
  3. Creare un trigger legato al Client che scatti quando il nome dell'evento è "click".
  4. Realizzare un tag Universal Analytics che invii il dato a GA.

Un passaggio in più ma molto più controllo dei dati.

L'implementazione passo passo

Vediamo insieme quali sono gli step necessari per implementare il tracciamento server side con GTM. Per farlo partiamo proprio dalla piattaforma. A causa del suo carattere tecnico e complesso dell'operazione, in questo paragrafo indicheremo gli step senza soffermarci sui sotto step tecnici su cui non possiamo dilungarci senza trasformare questo articolo in un libro:

  1. Apertura account GCP
    Apriamo un account nella Google Cloud Platform attraverso la creazione di un account di fatturazione e, se mancante, di un progetto.
  2. Creazione del Server Container su GTM
    Apriamo il container Server, creando un nuovo account e selezionando la tipologia Server
  3. Creazione del Tagging Server su GCP (in ambiente di test)
  4. Configurazione e mappatura del Custom Domain
    Questo step permette al nostro sistema di tracking di agire in un contesto di prima parte. Per questo passaggio, è necessaria una modifica dei record DNS da parte dei gestori del sito
  5. Upgrade dell'infrastruttura per l'ambiente di produzione
    Questo step è fondamentale per passare da un ambiente di test con funzionalità e prestazioni limitate ad un ambiente di produzione ad alte prestazioni computazionali
  6. Configurazione del Tracking Server Side su GTM Container Client e Server

Insomma, la rivoluzione sembra essere iniziata e noi siamo qui per darti tutti gli strumenti per tirare fuori il meglio da questo aggiornamento. Cosa ne pensi? Credi che lo userai con i tuoi clienti o per il tuo sito?

Conclusioni

Speriamo che questo articolo ti sia piaciuto!

Se vuoi approfondire la conoscenza dello strumento per scoprire se è la soluzione che fa per te

3 Agosto 2022

Come scegliere il tool di analytics: non esiste la soluzione giusta per tutti

La crescente attenzione a livello europeo rispetto a GDPR e protezione dei dati personali e l'ultimo provvedimento del Garante della Privacy in Italia hanno suscitato preoccupazione nella maggior parte delle società che utilizzano i dati digitali.

Da mesi riceviamo richieste di aziende che, in questo scenario di incertezza, vogliono capire come muoversi e come prepararsi al cambiamento.

Se fino a poco tempo fa la soluzione "standard" era utilizzare Google Analytics, oggi molte aziende si stanno chiedendo se ci siano alternative migliori. Ovvero soluzioni che che da una parte garantiscano la protezione dei dati e dall'altra siano in grado di fornire una visione completa dell'andamento del business online.

Da mesi studiamo nuove soluzioni e, ispirandoci al famoso podcast Life after GDPR di Rick Dronkers (se non lo conosci, ti consigliamo di iniziare a seguirlo), abbiamo sintetizzato i 3 possibili approcci che le aziende possono adottare per rispondere al cambiamento, a seconda di quelle che sono le esigenze di business e del rischio che sono disposte ad assumere:

  1. La lotta
    Questo approccio consiste nel mantenere come strumento di analisi Google Analytics (ovviamente la nuova versione, dato che Universal verrà dismesso tra poco), mettendo però in atto serie strategie per minimizzare il rischio.

  2. La fuga
    Questo è l'approccio consigliato per chi ha come priorità la protezione dei dati personali e non vuole rischiare mantenendo attivo Google Analytics, e che cerca quindi soluzioni differenti, possibilmente basate in Europa.

  3. Il blocco
    Approccio che consiste nel mantenere lo status quo e di aspettare ulteriori sviluppi prima di mettere in campo nuove strategie.

Non è facile scegliere quale tipo di approccio adottare e soprattutto come Digital Pills teniamo a sottolineare come non ci siano soluzioni standard adatte a tutti: ogni società ha maturità, esigenze e obiettivi diversi e questa può essere un'occasione proprio per fare un'analisi e definire la propria analytics strategy aziendale.

Vediamo quindi nel dettaglio i tre approcci.

La lotta, ovvero combattere per minimizzare il rischio

Questa opzione consiste nell'intraprendere una serie di azioni volte alla minimizzazione dei rischi e garantire il massimo livello possibile di privacy e conformità, mantenendo come strumento di analisi Google Analytics 4.

Chi abbraccia questo approccio mette in atto una serie di strategie per minimizzare i rischi:

  1. Prendere la ownership degli end-point del data collection, quindi, fondamentalmente, per la maggior parte dei casi, adottare un sistema di tracking GTM server-side.
    Questo significa che l'azienda assume il controllo e la responsabilità dei dati.

  2. Integrare le Consent Management Platform nel setup del tracking ed essere quindi sicuri di rispettare le normative sui cookie e di tracciare solo quando l'utente dà il suo consenso.

  3. Anonimizzare, nascondere, eliminare ed assicurarsi che nessuna PII o altra informazione sensibile venga trasmessa a piattaforme di terze parti.

La fuga, ma in che direzione?

Si tratta di un approccio che va adottato prestando particolare attenzione, non ci stancheremo mai di ripeterlo a quelle che sono le esigenze di business in termini di valore dei dati e di importanza della privacy.

Chi si ritrova in questo scenario, può adottare tre soluzioni:

  1. Downgrade
    Se il livello di maturità digitale della vostra azienda è basso e i dati non rappresentano un asset fondamentale su cui vengono prese le decisioni, allora il nostro consiglio è quello di passare a una soluzione più semplice (come ad esempio Plausibile).

  2. Move Sideways
    Se hai bisogno di uno strumento con caratteristiche simili e la tua azienda dispone di un budget da destinare alla formazione del vostro personale per l'utilizzo di un nuovo strumento, allora valuta soluzioni simili a GA che si basano sull'UE (come ad esempio Piwik PRO, di cui siamo unico partner in Italia).

  3. Upgrade
    Se la tua azienda ha il giusto livello di maturità e i dati rappresentano un aspetto fondamentale su cui vengono prese la maggior parte delle decisioni, e hai a disposizione un buon budget da destinare alla digital analytics, allora il nostro consiglio è di passare ad una 1st party data stack (utilizzando strumenti come Snowplow e PostHog).

Il blocco, o meglio "non muovetevi e nessuno si farà male!"

Se il livello di maturità digitale della tua azienda è basso, i dati non rappresentano un asset fondamentale su cui prendere decisioni e non c'è budget da destinare all'implementazione e all'apprendimento di un nuovo strumento, allora abbandona o (a tuo rischio e pericolo) mantieni l'attuale implementazione, tenendo sotto controllo l'evoluzione della situazione.

Alcune domande da farsi per capire come muoversi

Prima di prendere decisioni affrettate, rischiando di avere poi problemi sul lungo periodo e di scegliere una soluzione senza valutare le alternative, ci sono una serie di domande che ti consigliamo di porti:

  • Quanto sono preziosi i dati per la tua azienda?
  • Qual è il rischio che la raccolta dei dati comporta per la tua azienda?
  • Quanto di questo rischio pensi di poter minimizzare?
  • La tua azienda ha le persone giuste o il budget per prendere provvedimenti?

Il consiglio che ti diamo è quello di portare questo discorso in azienda: più persone direttamente coinvolte da queste attività verranno incluse nella discussione, più è facile che la discussione porti ad una soluzione condivisa e utile a tutti i livelli di business.

Come possiamo aiutarti

In Digital Pills lavoriamo da annni per capire come supportare al meglio le aziende nel trovare soluzioni custom, adatte alle esigenze di business e allineate alle priorità in ottica di protezione dei dati personali.

Abbiamo ideato un processo breve e pragmatico, che parte dalle tue esigenze e si basa sulle valutazioni dei nostri data strategist e web analyst. L'obiettivo è quello passare attraverso la conoscenza del tuo business per guidarti nella scelta della tua analytics strategy e dello strumento da implementare.

Se hai bisogno di una mano scrivici a hello@digitalpills.it oppure scopri come possiamo aiutarti a scegliere lo strumento di analytics giusto per te:

12 Gennaio 2021

Piccola guida a Google Consent Mode

Questo articolo è la guida a Google Consent Mode, un tool che recentemente Google ha rilasciato (in versione Beta) e che può essere un grande alleato per tutti noi che ci troviamo a dover creare valanghe di blocking trigger per essere sicuri che il nostro tracking rispetti il regolamento GDPR.

Premessa

Se “GDPR” e “Blocking trigger” ti sembrano parole nuove, stiamo parlando della gestione dei cookie legata al tracking.
Come saprai il nuovo regolamento GDPR impone delle regole decisamente rigide in materia di tracking, cookie e advertising online.

Per essere sicuri di rispettare le regole, la prima regole è rivolgersi a un legale che possa aiutarci, la seconda è di installare un sistema di Cookie Management come OneTrust o CookieBot.
Questi sistemi ci inviano dei dataLayer.push con dei parametri. A ogni parametro corrisponde una tipologia di cookie. Se nel dataLayer c’è il parametro, vuol dire che il cookie corrispondente è stato accettato dall’utente.

Questo comporta che tutti i tag di Google Analytics o di Advertising che passano per Google Tag Manager devono essere bloccati nel caso in cui il parametro non sia presente nel dataLayer (e quindi non accettato).
Tutto questo implica un grande sforzo da parte di noi web analyst che dobbiamo bloccare manualmente ogni tag sulla base della tipologia di cookie che viene rilasciato.

Come può aiutarci GCM

Ma torniamo alla guida per Google Consent Mode. In che modo questo può aiutarci?
Il Google Consent Mode è uno strumento attraverso cui diventa possibile gestire il comportamento dei tag di Google (esclusivamente di Google) senza essere costretti a ricorrere ai blocking trigger ma lasciando che i tag scattino liberamente.

Come detto, Google Consent Mode supporta solamente i tag di Google e della Google Platform, in particolare:

  • Google Ads
  • Floodlight
  • Google Analytics

Tutti gli altri tag dovranno essere gestiti con il cookie policy management system che si è scelto di installare sul proprio sito.
Una volta installato, Google Consent Mode rilascerà dei ping che permetteranno a Google di utilizzare i cookie sulla base delle scelte dell’utente.

Google Consent Mode analizza due tipi di consenso:

  • Ads Storage
  • Analytics Storage

Quando l’utente ha rilasciato il suo consenso a uno o entrambi i tipi di storage, Google Consent Mode automaticamente rileva la risposta e agisce di conseguenza, salvando o meno i dati degli utenti sulle piattaforme.

Come abbiamo già detto, è molto importante ricordare che Google Consent Mode non è un sistema di cookie management. Non può quindi sostituire in alcun modo uno strumento di gestione dei cookie come CookieBot o OneTrust.

Per far sì che sia funzionante, Consent Mode deve poter leggere i parametri contenuti nei dataLayer inviati dal sistema di gestione cookie.

Inoltre, ricordiamo ancora una volta che Consent Mode funziona solo sui tag di vendor Google, per fare un esempio: è inefficace sui pixel di Facebook che devono essere bloccati dal sistema di gestione cookie principale.

Piccola guida all’implementazione 

Abbiamo parlato di dataLayer che vengono letti, di tag che vengono attivati in ogni circostanza e di tool da installare. Facciamo chiarezza e vediamo quali sono gli step necessari per l’implementazione del Google Consent Mode:

  • Step 1 - Implementazione dello snippet di Google Consent Mode 

Il primo step è l’implementazione dello snippet nel codice HTML della pagina. Questo può essere fatto direttamente da codice (preferibile) o tramite Custom HTML tag.

  • Step 2 - Settare l’Analytics Storage e il default Storage di default

Google Consent Mode cambia il comportamento sulla base di due criteri:

  • analytics_storage: può essere granted o denied
  • ad_storage: può essere granted o denied

A noi e agli sviluppatori il compito di impostare i valori corretti in base alla nostra strategia di gestione cookie.

  • Step 3 - Fare in modo che Google Consent Mode risponda alla scelta dell’utente

Quando l’utente interagisce con il banner della cookie policy, Google Consent Mode, leggendo i parametri nei dataLayer, aggiornerà il consenso sulla base della scelta fatta creando un evento ad hoc.

Fatto questo, si possono cancellare, qualora siano già stati impsotati, tutti i blocking trigger presenti nei tag Google.
Per il procedimento dettagliato e per gli script da implementare, qui potete trovare la guida di google.

QA

Esistono due metodi per verificare che il Google Consent Mode sia correttamente implementato.

  1. Visitando il vostro sito e aprendo i report real time di GA, qualora non accettiate i cookie, vedrete che a ogni vostro evento sulla pagina, aumenterà di un’unità il numero di utenti attivi sul sito.
  2. Simulando una visita al vostro sito senza accettare i cookie di performance, segnate il cid (client id, lo trovate nella console alla sezione dei cookie) con cui state navigando e il giorno dopo dallo User Explorer di GA assicuratevi di non trovare nessun id corrispondente al vostro salvato.

Implementazione con Custom HTML

Per tutti quelli che non si sentono troppo sicuri con i codici HTML o che non possono accedere al codice del sito, questi sono gli step nel caso si voglia procedere con i Custom HTML.

  • Step1 - Creazione delle variabili

Il primo step consiste nella creazione di due variabili:

  • Una variabile che catturi i valori della Analytics Storage capace di leggere nella regex table come input il valore nel dataLayer (in questo caso OneTrust) che fa riferimento ai cookie di analytics e come output la stringa “granted” mantenendo la Default Value come “denied”. La versione “raccontata” della variabile in foto sarebbe: se il dataLayer OneTrust contiene C0002 (cookie analytics) restituisci come valore “granted”, altrimenti “denied” di default.

  • Una variabile che catturi i valori della Ads Storage capace di leggere nella regex table come input il valore nel dataLayer che fa riferimento ai cookie di advertising e come output la stringa “granted” mantenendo la Default Value come “denied”.

Il secondo step consiste nella creazione dei tag Custom HTML:

Dobbiamo adesso creare 4 tag custom HTML:

  • Tag che invia il valore analytics di default:

<script>

  window.dataLayer = window.dataLayer || [];

  function gtag(){dataLayer.push(arguments)};

  gtag('consent', 'default', {

    'analytics_storage': {{variabile con valore analytics}}

  });

</script> 

 

  • Tag che invia il valore analytics updated:

<script>

  window.dataLayer = window.dataLayer || [];

  function gtag(){dataLayer.push(arguments)};

  gtag('consent', 'update', {

    'analytics_storage': {{variabile con valore analytics}}

  });

</script>

 

  • Tag che invia il valore advertising di default:

<script>

  window.dataLayer = window.dataLayer || [];

  function gtag(){dataLayer.push(arguments)};

  gtag('consent', 'update', {

    'ad_storage': {{variabile con valore ads}}

  });

</script>

 

  • Tag che invia il valore ads updated:

<script>

  window.dataLayer = window.dataLayer || [];

  function gtag(){dataLayer.push(arguments)};

  gtag('consent', 'update', {

    'ads_storage': {{variabile con valore ads}}

  });

</script>

 

Perché usare il GCM?

Google Consent Mode rende sicuramente più facile l’implementazione dei tag Google, ci mette nelle condizioni di non dover bloccare manualmente i tag rischiando di commettere errori sui parametri e soprattutto errori di distrazione che, magari, ci fanno pubblicare dei tag senza rispettare le regole del GDPR.

Perché aspettare?

Google Consent Mode, purtroppo rende difficile la gestione degli eventi scattati prima di aver accettato i cookie. Questo vuol dire che ogni evento scattato prima di aver accettato i cookie viene perso, anche nel caso si tratti di una pageview.
Questo può provocare la perdita dei parametri utm e quindi delle informazioni legate a canali e campagne. Inoltre potrebbe provocare un aumento delle landing page not set.

Possiamo sperare che nei prossimi mesi venga rilasciata una versione ottimizzata del tool ma, per il momento, installandola si incorrerà in questi problemi.

In conclusione...

Speriamo che questa guida a Google Consent Mode ti sia stata utile, se hai ancora dei dubbi puoi contattarti senza problemi da qui, saremo felici di aiutarti!

23 Giugno 2020

Metriche Core Web Vitals: cosa sono e come tracciarle

Oggi parliamo delle Metriche Core Web Vitals e scopriamo perché sono così importanti.

I proprietari dei siti web non dovrebbero essere dei guru delle performance per capire che tipo di esperienza stanno fornendo ai loro utenti.

Con questa frase Google ha annunciato l'iniziativa Web Vitals 2020, che ha l'obiettivo di identificare le 3 metriche chiave per descrivere l'esperienza dei visitatori di un sito web.

  1. Largest Contentful Paint
  2. Fist Input Delay
  3. Cumulative Layout Shift

Le tre core web vitals

Nell'articolo di oggi vedremo quali sono queste metriche e come possono essere misurate.

1. LARGEST CONTENTFUL PAINT (LCP)

Questa metrica misura la performance di caricamento di una pagina. Per avere un risultato buono, questo valore deve essere inferiore a 2,5 secondi. A differenza della "vecchie" metriche, il Largest Contentful Paint dovrebbe essere molto più accurata e permettere di farsi un'idea molto più precisa della reale esperienza di un visitatore.

Per ottenerla si misura il tempo che impiega ad essere visualizzato il più grande elemento presente all'interno della viewport (inteso in termini di dimensioni sullo schermo, non di peso in Kb).

largest contentful paint

Per capirlo basta guardare l'immagine qui sopra, dove viene evidenziato sul sito di Instagram e su Google l'elemento più grande della pagina. Nel caso di Instagram ad esempio è il logo, che viene caricato al terzo step nell'immagine.
Per approfondire questa metrica si può visitare la pagina realizzata da Google, molto dettagliata e interessante.

2. FIRST INPUT DELAY (FID)

Il First Input Delay misura il tempo necessario perché l'utente possa interagire con la pagina che sta visitando. Per avere un buon risultato, questa metrica deve essere inferiore a 100ms. Come vi sarà capitato, molto spesso quando visitiamo un sito dobbiamo aspettare un po' di tempo prima di poter interagire con la pagina. Questo perché in quei momenti il nostro browser è occupato a fare altro, ad esempio caricare JS o altri elementi.

Secondo Google, per fornire una user experience di alto livello il visitatore deve essere in grado di interagire con la pagina in meno di 100 millisecondi. Anche per questa metrica è stata realizzata una pagina ad hoc molto dettagliata che potrete trovare a questo link.

3. CUMULATIVE LAYOUT SHIFT (CLS)

Quante volte vi è capitato di visitare un sito, essere sul punto di cliccare un bottone, ma proprio mentre lo state cliccando tutta la pagina si muove e così finite per cliccare quello che non volevate? O magari state leggendo un articolo su un sito di news, tutta la pagina si sposta e voi perdete il segno?
Questa metrica si propone appunto di misurare tutti gli spostamenti inaspettati della pagina, durante tutta la sua vita sullo schermo dell'utente. Per avere un valore buono, il CLS deve essere inferiore a 0,1. Per approfondire ecco il link ufficiale di Google.

Queste erano le 3 principali Metriche Core Web Vitals, ora vediamo come misurarle.

Come si possono misurare i valori delle Core Web Vitals?

Abbiamo a disposizione 3 possibili strade, ognuna con i suoi pro e contro. Per questo abbiamo realizzato un articolo per ognuna delle soluzioni che la illustra nel dettaglio, clicca sul relativo link per scoprire come procedere!

  1. Utilizzare lo strumento Page Speed Insights che si trova a questo link. Questa tecnica è consigliata per avere un'idea di massima di come sta performando il sito in generale, ma ha diversi limiti che illustriamo nel dettaglio nell'articolo, clicca qui per leggerlo!
  2. Accedere al database pubblico su Big Query dei dati degli utenti di Chrome. Questa tecnica è consigliata a tutti coloro che vogliono approfondire i dati e segmentarli per paese, dispositivo e tipo di connessione. Anche qui abbiamo però alcuni limiti, clicca qui per leggere come accedere ai dati su Big Query.
  3. Impostare un sistema di monitoraggio con GTM sfruttando le API. Questa sicuramente è l'opzione che ci piace di più, abbiamo creato un articolo dettagliato per spiegare come procedere e un container da importare in pochi click per iniziare a tracciare senza nessun problema!

Quale di questi approcci ti interessa o convince di più? Faccelo sapere nei commenti!

30 Gennaio 2020

Il nuovo GTM server-side tracking

Oggi parliamo di GTM Server-Side e quali sono le differenze con il Client-Side.

La Superweek 2020 è stata un evento davvero incredibile. Non capita spesso di passare tre giorni immersi nei boschi ungheresi con le migliori menti dell’analytics mondiale, a parlare di tracking, analisi, data visualization e strategia. L’evento mi è piaciuto talmente tanto che non vedo l’ora di condividere con tutti i contenuti che ho trovato più interessanti nel webinar di giovedì prossimo. Se non lo hai fatto registrati adesso a questo link! Spoiler: parlermo di app+web, implementazione di analytics, data visualization e molto altro.

In questo post voglio però parlare di una BOMBA che hanno sganciato in anteprima per i partecipanti alla Superweek nientemeno che gli sviluppatori di Google Tag Manager, Brian Kuhn e Scott Herman. Si tratta di una novità che verrà rilasciata nel corso del 2020, con data ancora da definire. Di cosa stiamo parlando? Di Google Tag Manager lato server.

Se, come me, sei un utilizzatore abituale di questo strumento probabilmente hai avuto una piccola sincope. GTM, lo strumento client-side per eccellenza, si sposta sul server? Come è possibile, e perché? Cerchiamo di andare per ordine.

Come funziona GTM, un piccolo ripasso

Se già conosci alla perfezione GTM, puoi saltare questa sezione e passare direttamente alla successiva.

Google Tag Manager è uno strumento di tag management che – nella sua funzionalità di base - permette di gestire i tag di tracciamento e di advertising senza il supporto degli sviluppatori. Ad esempio, permette di inviare a Google Analytics un evento ogni volta che viene cliccato un link, oppure a Facebook un evento ogni volta che un cliente acquista un prodotto.
Per i più nerd, si tratta di una libreria javascript con un’interfaccia visuale.

Una cosa importante da notare è che GTM è sempre stato un strumento client-side, ovvero che “vive” sul dispositivo dell’utente. Questo significa che ogni volta che una persona visita un sito che utilizza GTM, anche TUTTO il relativo container viene caricato sul dispositivo, con possibili impatti sulla performance. Il “lavoro pensante” di invio dei dati ai vari sistemi è sempre demandato al dispositivo del visitatore.

Se ti interessa approfondire GTM e i suoi possibili usi, qui abbiamo un articolo per te.

La missione del team di sviluppo di GTM

Brian e Scott hanno iniziato la loro presentazione ricordando la missione del loro team: avere sempre al primo posto performance e sicurezza.

Come saprai, GTM è uno strumento molto potente ma anche pericoloso: se messo nelle mani sbagliate può rallentare o addirittura rendere inutilizzabile un sito web. Per questo ogni container ha una dimensione massima (200KB per la precisione) oltre la quale il container non può più essere pubblicato. Tra l’altro, se vuoi verificare quanto è grande il tuo container puoi farlo così (se usi Chrome, ogni browser è leggermente diverso):

  1. Apri una pagina web e clicca con il tasto destro su ispeziona;
  2. Clicca sulla scheda “Network”, quindi filtra per chiave “gtm” e cerca la riga dove viene caricato il container. Nella colonna size vedrai la dimensione totale del tuo container.

Con il proliferare dei pixel di terze parti (come Salesforce, Facebook, Google Ads, Criteo & co) il rischio che i container GTM diventino dei mostri incontrollabili è sempre più tangibile. Agenzie che non si preoccupano della performance (cosa saranno un paio di tag e custom JS variables in più?), dipartimenti marketing senza preparazione tecnica e freelancer improvvisati sono sempre dietro l’angolo. Troppo spesso abbiamo visto container con tag ridondanti, 10 tag sparati sullo stesso evento e un’infinità di custom trigger.

GTM server-side nasce proprio con l’intento di alleggerire la parte client (ovvero quella che sta sul browser degli utenti) e trasferire queste operazioni sul server.

Un altro grande miglioramento rispetto al passato è che, vivendo su un server, il container può ricevere dati da fonti diverse. Non solo siti web, ma anche app, dispositivi internet of things e molto altro.

Secret agenda, ovvero quello che non ci hanno detto

L’annuncio arriva in un periodo storico in cui è ormai chiaro che la guerra ai cookie di terze parti è cominciata, e dove le restrizioni dei browser su quello che può e non può essere fatto sono sempre più forti.

In quest’ottica spostare i tracciamenti lato server permette di “nascondere” quello che viene tracciato, rendendo impossibile per un utente sapere cosa viene registrato. Fino ad oggi è infatti relativamente semplice monitorare quali informazioni il proprio dispositivo invia ai vari servizi, ad esempio utilizzando la scheda network di Google Chrome.

A domanda specifica di un membro del pubblico gli sviluppatori di GTM hanno detto che il sistema non è pensato per aggirare i blocchi dei browser, e che secondo loro le aziende dovrebbero sempre rispettare la volontà degli utenti. Vedremo se sarà così (o forse no)…

Come funziona GTM server-side, in pratica

Brian e Scott hanno organizzato per gli ospiti della Superweek una demo live della durata di una decina di minuti, dove hanno mostrato in pratica come funziona questo nuovo tipo di container.

Come abbiamo detto, l’idea è quella di alleggerire il carico di lavoro lato client trasferendo alcuni dei processi sul server di proprietà del sito web.

A titolo di esempio hanno mostrato un sito di viaggi, dove è installato il “classico” container GTM client-side. Su questo container si può scegliere di installare ad esempio il tag pageview di Google Analytics, o tutto quello che si crede utile mantenere lato client. La scelta di lasciare il tag di pageview di Analytics è molto sensata perché questo ci permette di impostare automaticamente il clientId sul dispositivo del visitatore, che ci sarà utile per ricondurre le sessioni allo stesso utente.

Scott ha poi mostrato il nuovo container server, che all’apparenza è molto simile a quello a cui siamo abituati. L’idea è quella di inviare delle normali richieste HTTP dal sito al server, che poi si occuperà di inviare i dati ai vari servizi.

Potenziali rischi e difficoltà di GTM server-side

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. GTM server-side è sicuramente una grande innovazione, che permetterà a tutti noi web analyst di aprire nuove frontiere del tracking. Ma tutto questo si porta dietro diversi caveat. Vediamo i principali.

1 – Maggiore difficoltà di implementazione

Anche se a detta del team di GTM tutto è studiato per rendere più semplice possibile l’implementazione anche per le persone non tecniche, di fatto sarà necessario creare un’istanza server su GCP (Google Cloud Platform) o altro servizio – cosa che per gli utenti meno esperti potrebbe risultare complessa. Stando a quanto detto dal team di Google, questo processo dovrebbe richiedere non più di 30 minuti.

2 – Costi di gestione

Spostando tutto il “lavoro sporco” di invio dei dati al nostro server, invece che sui dispositivi degli utenti, di fatto sarà il proprietario del sito web a doversi accollare i costi di gestione. A quanto dovrebbero ammontare? Difficile dirlo con certezza, ma secondo quando ha detto Brian Kuhn in base a delle simulazioni condotte da Google su siti ad alto traffico il costo dovrebbe essere di circa €200 al mese.

3 – Gestione degli identificativi utente più complessa

Uno dei grandi vantaggi del tracking lato client è che si può conoscere l’identità dell’utente sfruttando un cookie salvato sul dispositivo. Il server non ha modo di riconoscere i visitatori: sarà quindi necessario realizzare dei sistemi più complessi per gestire gli identificativi utente. Vedremo come Google risponderà a questa necessità in modo da non renderci la vita troppo difficile.

4 – Meno trasparenza

Come abbiamo visto per inviare dati alle varie piattaforme sarà sufficiente inviare un segnale al server dove è ospitato GTM. Quello che succede dietro le quinte sarà impossibile da scoprire per il visitatore: un’azienda malintenzionata potrebbe quindi non rispettare il volere dell’utente e continuare a tracciarlo anche a sua insaputa.

5 – Rischio di spam

Teoricamente un utente malintenzionato potrebbe intercettare le richieste inviate dal client al server e di conseguenza “far girare” il container GTM. Questo è un rischio concreto, che si porterebbe come conseguenza non solo quella di sporcare i nostri dati (cosa che può avvenire anche oggi) ma anche quella di farci arrivare una bolletta molto salata dai gestori del server. Brian e Scott hanno garantito che stanno lavorando per evitare anche questo problema.

Sicuramente si tratta di una grande innovazione che non vediamo l’ora di provare, e tu cosa ne pensi?

Se vuoi una rapida guida riguardo a GTM server-side leggi questo articolo, e non esitare a contattarci se hai domande!

1 Ottobre 2018

Che cos’è un Data Layer

In questo articolo scopriamo cos'è un Data Layer e a cosa serve.

Un data layer è un insieme di dati utile per condividere variabili e valori tra il tuo sito e Google Tag Manager (GTM). Comprendere che cosa è e come sfruttare al meglio il data layer è un concetto chiave del mondo di Google Tag Manager. Anche se spesso è considerato argomento di discussione per i soli sviluppatori, è consigliabile anche ai web analyst.

In questo articolo vedremo la definizione e le molteplici utilità del data layer, sfruttabili anche dai meno tecnici.

Cosa è un Data Layer?

Come dicevamo, il data layer è tecnicamente definibile come una struttura di dati utilizzabile per immagazzinare, processare e condividere informazioni tra Google Tag Manager e il tuo sito web.

E' il componente centrale del sistema di tracciamento e svolge il ruolo di ponte tra il sito web e i programmi di web analytics. Se sul nostro sito abbiamo installato Google Tag Manager, allora l'oggetto data layer è creato automaticamente (col nome dataLayer).

Perché usare il Data Layer?

Il data layer può contenere informazioni di tracciamento che non sarebbero disponibili con l'impostazione standard di Google Tag Manager. Può contenere dati su azioni ed eventi utili in fase di analisi su:

1. user experience (ad esempio sottoscrizione a una newsletter)

2. Dettagli sul visitatore (user ID)

3. Dettagli sugli acquisti (prodotti aggiunti al carrello, prezzo, sconti, etc).

Tutti questi dati raccolti durante le interazioni col tuo sito web, se messi a disposizione del sistema di tracciamento, possono sensibilmente migliorare il tuo scenario di web analytics. Usare il data layer è invece strettamente necessario quando si vuole implementare l'enhanced eCommerce di Google Analytics (GA).

Come passo informazioni al Data Layer?

Esistono due modi per passare dati al data layer. Il primo è argomento per sviluppatori, infatti consiste nell'implementare il data layer nel codice sorgente del sito: metodo necessario quando il data layer deve essere popolato di dati prima dell'attivazione di Google Tag Manager.

Ad esempio, se si vuole implementare l'eCommerce Tracking di Google Analytics, allora è necessario passare i dati (product ID, transaction Total, etc) al data layer in fase di caricamento pagina così che siano in seguito disponibili per Google Tag Manager (che li passerà a Google Analytics).

Il secondo metodo (consigliato per i meno tecnici) per passare dati al data layer, consiste nel trasferire i dati con Google Tag Manager (nello specifico con la funzione dataLayer.push) quando avviene un evento (non presente tra quelli standard di GTM) di cui riteniamo utile il tracciamento.

Ad esempio, per passare una variabile al data layer con il colore selezionato e quando il visitatore ha fatto un azione con un configuratore di un'automobile, la struttura della funzione potrebbe essere quella di seguito:

Come accedo ai dati di un Data Layer?

Abbiamo visto come il data layer sia un fonte di variabili e rispettivi valori, ma come facciamo ad accedervi e rendere tale dati utilizzabili in GTM e GA? Ogni variabile del data layer può essere trasformata in una variabile GTM in maniera molto semplice: dobbiamo andare nella sezione variabili del nostro Google Tag Manager, creare una nuova variabile di tipo Data Layer Variable e associarla al dato oggetto di interesse; ok! Ci siamo! Salvando le impostazioni la variabile appena creata sarà disponibile per creare nuovi trigger, nuovi eventi o per essere passata a Google Analytics.

Conclusioni

Dopo aver capito cos'è un Data Layer è molto importante avere chiare le sue potenzialità.

Il data layer infatti  può contenere la maggior parte delle informazioni legate al tracciamento di pagine web: eventi, informazioni sull'utente e transazioni e-commerce. Se vogliamo che questi dati facciano parte della nostra analisi del sito, allora è opportuno mettere in contatto il data layer col nostro sistema di tracciamento.

 

 

 

11 Maggio 2018

Tag, attivatori e variabili: guida base a Google Tag Manager

Questo articolo si propone di essere una guida base a Google Tag Manager.

Approfondiremo il funzionamento di GTM, uno strumento gratuito di gestione dei tag sviluppato da Google. In pratica GTM permette di gestire gli script di tracciamento e conversione installati sul tuo sito web, sia di Google che di terze parti. Ad esempio Google Analytics, il pixel di Facebook, Hotjar, etc.

Da un punto di vista formale, GTM è una libreria javascript, ma questo non ti deve spaventare perché potrai utilizzare questo strumento ad un livello base o addirittura intermedio senza scrivere una riga di codice. Se invece ti volessi addentrare in utilizzi più complessi, la conoscenza di javascript, HTML e CSS diventa fondamentale.

Per tutti i dettagli, vai al nostro articolo sui 3 modi di utilizzare GTM.

Perché esiste GTM?

Iniziamo da una domanda semplice: perché esiste Google Tag Manager, ed in generale a cosa servono gli strumenti di gestione dei tag?

Questi strumenti sono nati per risolvere un problema fondamentale delle aziende: rendere i dipartimenti di marketing indipendenti dall’IT.

Prendiamo ad esempio il caso di un ecommerce che investa in campagne Facebook, e che voglia tracciare l’impatto di queste campagne sulle vendite. Per farlo, dovrà installare il pixel di conversione di Facebook all’interno della pagina di conferma ordine. In pratica, si tratta di inserire un piccolo pezzo di codice come questo all’interno di alcune pagine del sito.

In passato, per fare una cosa del genere il nostro dipartimento marketing avrebbe dovuto aprire un ticket con gli sviluppatori e aspettare diversi giorni perché la modifica venisse pubblicata. In caso per qualche motivo il codice del pixel Facebook fosse cambiato il processo si sarebbe dovuto ripetere dall’inizio.

Come è ovvio, questo flusso di lavoro è lungo e inefficiente.

I sistemi di gestione dei tag sono stati inventati per permettere ai dipartimenti di marketing di lavorare in autonomia sul tracciamento del sito web, ad esempio arricchendo i dati inviati a Google Analytics o impostando nuovi pixel di conversione.

Tuttavia, Google Tag Manager è uno strumento così potente e flessibile che è assolutamente consigliato anche agli utenti più avanzati e agli sviluppatori. Così consigliato che Google stesso lo indica come modo corretto per installare GA.

Da un grande potere deriva una grande responsabilità

Prima di continuare ci teniamo ad inserire un avviso importante.

Se è vero che Google Tag Manager è uno strumento può essere utilizzato anche da chi inizia a sudare davanti ad una riga di codice, è anche vero che deve essere usato responsabilmente. Se si effettuano le operazioni sbagliate è infatti possibile rendere inutilizzabile il sito su cui GTM è installato.

Se sei alle prime armi il nostro consiglio è quindi quello di iniziare a “giocare” con GTM all’interno di una sandbox, un sito di test in cui eventuali danni non hanno nessuna conseguenza.

Aprire e installare GTM all’interno del tuo sito web

Come abbiamo già detto, aprire un account di GTM è gratis e puoi farlo a questo link. Abbiamo preparato un breve video che ti illustrerà come aprire un account, eccolo:

Google Tag Manager è un sostituto di Google Analytics?

Ottima domanda! La risposta è NO.

I due strumenti sono pensati per lavorare insieme. In un certo senso GTM fornisce i superpoteri a Google Analytics (GA) fornendogli dati più precisi e completi. In questo modo le analisi che possiamo condurre su GA saranno più approfondite.

I due pilastri di GTM: tag e attivatori

Le due componenti fondamentali di GTM sono i tag e gli attivatori, che vanno a braccetto. Ad ogni tag dovrà sempre essere associato un attivatore, vediamo perché.

Tag e attivatori in Google Tag Manager rispondono a due domande fondamentali: COSA (tag) e QUANDO (trigger). Nella sezione tag è infatti possibile inserire gli script che si vogliono “sparare” all’interno del sito web, per esempio il pixel di Facebook o il codice di Hotjar. I trigger invece dicono quando questo specifico tag deve essere sparato.

Come al solito, è più semplice vedere un’applicazione pratica!

Come installare Google Analytics tramite Google Tag Manager?

Per chiarire il ruolo di tag e trigger abbiamo preparato un breve video che ti guiderà passo-passo in una delle prime operazioni che (probabilmente) vorrai fare una volta installato GTM sul tuo sito web: il collegamento di Analytics tramite Tag Manager.

Le variabili di Google Tag Manager

Come avrai notato, sotto alla sezione dedicata agli attivatori è presente una voce di menu "variabili". Diciamo subito che per sfruttare al meglio le potenzialità delle variabili è necessario conoscere in modo più approfondito il funzionamento di GTM, e avere un'infarinatura di HTML / CSS e di javascript.

Approfondire il ruolo delle variabili non è quindi lo scopo di questo articolo: se ti consideri un utente avanzato ti consigliamo l'ottimo post di Simo Ahava sull'argomento.

Le cartelle di Google Tag Manager

L’ultima macro-sezione che troverai all’interno di GTM è quella delle cartelle. Qui il discorso è molto semplice: le cartelle servono a categorizzare tag e trigger per rendere più semplice trovare quello che stai cercando.

Conclusioni

Google Tag Manager è probabilmente uno degli strumenti allo stesso tempo più potenti e sottovalutati nel settore del digital marketing. Il nostro consiglio è di iniziare ad usarlo da subito, la curva di apprendimento potrebbe sembrare un po’ ripida all’inizio, ma ne vale la pena.

Se sei alla ricerca di un corso strutturato su GTM, Google ha creato un corso gratuito che puoi trovare a questo link.



Qual è il tuo interesse principale?

11 Maggio 2018

A cosa serve Google Tag Manager

Cosa imparerai

In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su uno degli strumenti più sottovalutati nel settore del digital marketing: Google Tag Manager (GTM). Si tratta di uno strumento utilissimo per gestire tutti i tag e gli script di tracciamento del tuo sito web.
Per prima cosa vogliamo sottolineare che GTM non è un’alternativa a Google Analyics (GA), al massimo una sua controparte naturale.

Google Tag Manager: a cosa serve?

Google Tag Manager è uno strumento potente, talmente potente che se utilizzato in modo improprio può rendere inutilizzabile il sito web su cui è stato installato. Se sei alle prime armi ti consigliamo quindi di creare una sandbox, un’area di lavoro di test su cui fare esperimenti senza rischiare di fare alcun danno.

Essendo uno strumento così complesso e potente, per semplificare potremmo dire che Google Tag Manager può essere utilizzato a tre livelli diversi:

  • Su livello base, per la gestione dei tag di Google e di terze parti, per il tracciamento dei visitatori e delle conversioni pubblicitarie. Tramite GTM è infatti possibile implementare più di 60 tipi di tag come ad esempio il pixel di Facebook, strumenti per le heat map come Hotjar, altri strumenti di web analytics come Eulerian.
  • Ad un livello intermedio, per arricchire i dati raccolti con Google Analytics inviando informazioni più dettagliate sulle azioni che gli utenti compiono sul sito web. Ad esempio potremmo inviare una hit (una riga di database) a GA ogni volta che un visitatore clicca su un bottone o su un link all’interno della mia pagina.
  • Per un livello avanzato, come libreria Javascript per interagire in modo più profondo con la struttura del sito web.
    Per esempio è possibile utilizzare Google Tag Manager per inviare dati sui visitatori del tuo sito web ad un foglio di calcolo Google Sheets.

Vediamo quindi brevemente un caso di utilizzo per ognuno di questi livelli.

Utilizzo di Google Tag Manager a livello base

Nella sua forma più semplice, Tag Manager è uno strumento che permette di gestire in modo visuale gli script di tracciamento e le modalità di attivazione dei tag all’interno del tuo sito web. Se non sei un tecnico, probabilmente ti starai chiedendo, cosa significa modalità di attivazione dei tag?

Per fare chiarezza su questo punto ti consiglio di leggere il nostro articolo Tag, attivatori e variabili: guida base a Google Tag Manager.

 

Per esempio, potremmo voler installare un pixel di conversione di una piattaforma come Facebook. Facciamo finta di essere un portale di ecommerce, dove la transazione è confermata quando l’utente atterra sulla pagina www.portalecommerce.com/conferma-ordine.

Avrò quindi bisogno che GTM “spari” il pixel di conversione di Facebook ogni volta che un utente atterra sulla pagina /conferma-ordine. Niente di più facile, GTM è nato proprio per questo.

Ecco i passi da seguire

NOTA PER I PIÙ’ ESPERTI: Facebook presenta delle particolarità a cui bisogna prestare attenzione (es. Tag sequencing con il pixel principale). Lo scopo di questo articolo non è fornire una guida passo-passo alla configurazione del pixel di Facebook, ma una panoramica delle opportunità che fornisce Google Tag Manager. Non affronteremo quindi i dettagli di questa configurazione.

  1. Creare un nuovo attivatore che abbia come condizione “Pageview” delle pagine che contengono conferma-ordine all’interno dell’URL.Soprattutto per le pagine di conferma ordine consigliamo di utilizzare l’opzione CONTAINS e non EQUALS perché spesso i CMS inseriscono in coda all’URL dei parametri come ad esempio l’id dell’ordine. La mia pagina potrebbe qiundi diventare www.portalecommerce.com/conferma-ordine?id=18819167386745: con condizione EQUALS Tag Manager non sparerebbe il mio pixel, con CONTAINS invece sì.
  2. Creare un tag di tipo HTML Personalizzato (al momento Facebook non è supportato come tag nativo da Google) e associarlo al mio attivatore.

Con la stessa logica è quindi possibile gestire Google Analytics (che potremmo volere su tutte le pagine del nostro sito) oppure Hotjar, Linkedin, Adwords e molti altri script interni o esterni al mondo Google.

Utilizzo di Google Tag Manager a livello intermedio

Dopo aver familiarizzato un po’ con questo strumento possiamo finalmente iniziare a divertirci davvero. Come dicevamo all’inizio dell’articolo, Google Tag Manager è infatti la controparte naturale di Google Analytics e ci permette di arricchire i dati che raccogliamo sui nostri utenti.

Ricordiamo infatti che nella sua configurazione di base l’unica informazione raccolta da Google Analytics è la visualizzazione di pagina. Tutti i dati aggiuntivi che potrebbero interessarci (es. click sui link, scroll rate, custom dimensions e così via) non sono tracciate di default.

Uno dei casi in cui Google Tag Manager può tornarci utile è l’impostazione di una dimensione personalizzata (custom dimension) su Google Analytics. Se non lo sapessi, le dimensioni personalizzate sono delle dimensioni addizionali che è possibile impostare per aggiungere più informazioni al proprio account Analytics. Tramite Tag Manager è possibile arricchire i dati inviati a Google Analytics.

Facciamo l’esempio di un portale di informazione, che vuole suddividere i propri utenti in subscriber (coloro che pagano un abbonamento) e free members (i lettori degli articoli gratuiti).

Ecco come procedere

  1. Creo la nuova dimensione personalizzata su Google Analytics. Per farlo posso andare su Admin -> seleziono la property che mi interessa -> custom definitions -> custom dimensionsImpostiamo la variabile con “user scope” e segnamoci da qualche parte l’indice (il numero assegnato).
  2. A questo punto possiamo passare a Google Tag Manager. Per semplicità consideriamo il caso in cui gli sviluppatori ci hanno aiutato, inserendo un dataLayer.push che qualifica il tipo di lettore:subscriberType: ‘freeMember’ // valore nel caso di una persona non iscrittasubscriberType: ‘subscriber’ // valore nel caso di un abbonatoPossiamo quindi intercettare il valore di subsciberType con una variabile dataLayer che possiamo creare andando su variabili -> User-Defined Variables -> nuova e impostandola in questo modo:
  3. Infine, andiamo sul nostro tag Pageview di Google Analytics e impostiamo la dimensione personalizzata, in modo che assuma il valore della variabile che abbiamo appena impostato:

NOTA: Nel caso riportato la variabile di riferimento ha sempre un valore, che può essere freeMember o subscriber. Bisogna prestare attenzione nel caso si vogliano impostare dimensioni personalizzate che potrebbero non avere un valore: in questo caso è importate inserire ‘not set’ per poter utilizzare correttamente Google Analytics. Questo punto è un po’ tecnico, quindi se hai dubbi in merito contattaci senza impegno.

Utilizzo di Google Tag Manager a livello avanzato

Già a livello base e intermedio GTM offre una marea di funzionalità, ma cosa è possibile fare se decidiamo di spingerci un po’ più avanti? Se abbiamo voglia di “sporcarci un po’ le mani” Google Tag Manager ci permette di interagire con la struttura del nostro sito web in modo virtualmente illimitato.

Vediamo un esempio di utilizzo che potrebbe tornarti utile: utilizzare Google Sheets come database esterno per salvare alcune informazioni dal tuo sito web. Non abbiamo inventato noi questa soluzione, quindi ti rimandiamo alla guida completa a questo link:

Qui cercheremo soltanto di riassumere quello che ganotes spiega già in maniera egregia. Ecco come funziona questo sistema:

  1. Per prima cosa è necessario creare un nuovo documento di Google Sheets, che sarà il posto in cui andremo a salvare le informazioni che ci interessano.
  2. Poi si inserisce lo script (creato originariamente da Martin Hawskey) all’interno dello script editor che si trova sotto al menu tools -> script editor. Questo pezzettino di codice serve a creare un punto di ingresso per i dati che invieremo tramite GTM, e a sistemarli correttamente all’interno del foglio.
  3. Quindi si pubblica lo script come web app in modo che si accessibile dall’esterno.
  4. A questo punto possiamo passare a GTM. I passaggi specifici a dipendono dalle informazioni che vogliamo catturare, in questo caso l’idea è di salvare i contatti ricevuti tramite un form, ma le possibilità sono virtualmente infinite.
  5. L’ultimo passaggio è creare una Custom image tag che catturerà i valori delle variabili dal nostro sito web e li passerà al nostro script del punto 2. Lui si occuperà di salvare queste informazioni all’interno del foglio che abbiamo creato al punto 1.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo cercato di offrire una panoramica di alcuni dei mondi possibili che si possono aprire conoscendo a fondo lo strumento Google Tag Manager, che a nostro avviso non deve essere visto come un semplice tool di gestione dei tag.

E tu, cosa ne pensi? Quali implementazioni da “cintura nera” hai fatto nella tua carriera? Faccelo sapere nei commenti!

17 Aprile 2018

Zones in Google Tag Manager: cosa sono e a cosa servono

Oggi vedremo cosa sono e a cosa servono le Zone in Google Tag Manager, la nuova funzionalità introdotta per la gestione di container multipli all’interno dello stesso account.

Nota: se quello che abbiamo scritto ti suona incomprensibile, ti consigliamo di partire dal nostro articolo introduttivo a Google Analytics e Google Tag Manager.

Cosa sono le Zone di Google Tag Manager?

A marzo 2018 Google ha introdotto questa funzionalità per la gestione di diversi team o gruppi di lavoro che operano sullo stesso container di Google Tag Manager.

Innanzitutto ricordiamo che è possibile caricare più container (per intenderci, il numero GTM-XXXXXX che vedi una volta entrato all’interno del tuo account) sulla stessa pagina.

Ad esempio, se una multinazionale utilizza due agenzie diverse, una per la gestione di analytics e l’altra per la gestione delle campagne su Adwords, potrebbe permettere ad entrambe di caricare il proprio container all’interno del sito.

Questa soluzione ha però un problema fondamentale: non permette alla multinazionale di limitare i permessi di ogni agenzia, che avrebbe carta bianca sul contenuto del proprio container. Ricordiamo infatti che GTM è uno strumento MOLTO potente, che se usato in modo improprio potrebbe modificare il comportamento di un sito web o addirittura renderlo inutilizzabile.

Ecco quindi che entrano in gioco le Zone di Google Tag Manager.

Perché utilizzare le Zone?

Le zone permettono di collegare più container allo stesso sito web, senza però lasciare permessi illimitati all’amministratore di ogni container. L’amministratore principale potrà infatti definire:

  • Boundaries (confini): ovvero le pagine (o i gruppi di pagine, gli hostname e così via) dove quella specifica zona è attiva. Al di fuori di questi confini questo contenitore di google tag manager non è funzionante. Ad esempio si potrebbe limitare il raggio d’azione del container alle pagine che contengono la parola “orecchini”:
  • Restrictions (restrizioni): di default le zone possono gestire tutti i tipi di tag, ma grazie alle restrizioni è possibile limitare la tipologia di tag che il gestore del contenitore può “sparare”.

Come si attivano le zone di google tag manager?

Innanzitutto ricordiamo che questa funzionalità per il momento è disponibile soltanto nella versione 360 (a pagamento) di Tag Manager. Se quindi sei un utilizzatore “normale” non cercare la sezione Zones sotto alle cartelle, perché… non c’è!

Per tutte le domande più operative su come aprire e gestire le zone ti rimandiamo alla documentazione ufficiale di Google a questo link.

Conclusione

Le zone sembrano un’ottima evoluzione del sistema di approvazione delle modifiche presente nel “vecchio” GTM.

Purtroppo al momento sono disponibili solo nella versione 360 di GTM, ma c’è anche da dire che sono proprio le aziende più grandi ad avere bisogno di questa funzionalità.

Se vuoi approfondire su Google Tag Manager questo articolo fa al caso tuo.

Speriamo che questo articolo ti sia piaciuto e se hai dubbi o domande non esitare a contattarci!

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